Tregua, non ancora pace. L’offensiva diplomatica Usa e quella militare israeliana hanno messo Hamas, Qatar e Iran spalle al muro. In Europa parte la corsa al carro dei vincitori. Ma con bruciori di stomaco

Il caso ha voluto che proprio mentre in Italia raggiungeva il suo climax il circo propal delle Flotille, dell’Albanese, dei sindacati, degli antagonisti e delle opposizioni – parlamentari, mediatiche e accademiche – il presidente Donald Trump incassava il sostegno di Israele, dei più importanti Paesi arabi e islamici, e dell’Autorità nazionale palestinese, al suo piano di pace per Gaza e il Medio Oriente, e persino Hamas annunciava di valutarlo con attenzione.

La lunga lista degli sconfitti

Ieri è arrivato l’accordo sulla prima fase del piano, la più importante come vedremo più avanti, che prevede il cessate il fuoco e la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani. Sì, lo stesso piano su cui poche ore prima Pd, 5 Stelle e Avs si erano astenuti in Parlamento; che Francesca Albanese aveva definito una “trappola” neocolonialista.

È dura oggi per costoro dover riconoscere il successo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, nemmeno il tempo di godersi le città bloccate, le piazze riempite al grido “Palestina libera dal fiume al mare” e “7 Ottobre giornata di resistenza”. Alcuni in queste ore restano in silenzio, incupiti, altri cominciano a saltare sul carro dei vincitori, non senza forti bruciori di stomaco. La rapporteur Onu avrà già “perdonato” Hamas per aver accettato di rilasciare gli ostaggi?

A saltare sul carro dei vincitori anche i leader di quei governi, con Emmanuel Macron in testa, che si sono affrettati a riconoscere uno Stato di Palestina e che per tutti questi mesi non hanno fatto mancare la loro pressione su Israele. Dopo aver di fatto remato contro, ora li sentirete salutare l’accordo e ringraziare il presidente Trump, ostacolato fino ad un minuto prima. Ora addirittura si offrono di mandare truppe di peacekeeping, ma sarà molto improbabile vedere boots on the ground europei a Gaza.

La lista degli sconfitti in Europa e in Italia è lunga: Albanese, Landini, Schlein, Conte, Macron, Starmer, Sanchez, Greta, i flottiglianti e le piazze propal, il “cretino collettivo” delle redazioni che hanno diffuso le bufale di Hamas, i rettori e i professori che hanno schierato i loro atenei per il boicottaggio di Israele e tollerato l’antisemitismo dilagante.

Più cauta la posizione del governo Meloni, che non si è fatto “intruppare” nella cordata Parigi-Londra-Madrid, fermandosi a pochi metri dal riconoscimento di uno Stato palestinese e dall’accusa di genocidio, ma che per mesi, per cerchiobottismo interno, ha colpevolmente lasciato campo libero alla narrazione pro-Hamas.

Ma mentre in Europa mondo politico e dell’informazione cercavano in tutti i modi di isolare Netanyahu, Trump e Netanyahu hanno isolato Hamas. Con le bombe e con la politica. Pace attraverso la forza. È così che si è arrivati al primo risultato di oggi, non grazie alle piazze pro-Hamas, alle condanne di Israele e ai riconoscimenti dello Stato di Palestina.

I vincitori

Certo, è solo l’inizio e paradossalmente il difficile viene adesso. Il piano Trump è fatto di 20 punti e siamo solo al primo, ma un viaggio inizia sempre dal primo passo. Se anche, nella peggiore delle ipotesi, di questo piano non resterà che la prima fase, la liberazione degli ostaggi, ne sarà valsa la pena.

Facile dunque riconoscere vincitori e vinti. Cristallino, innegabile, il successo di Trump e Netanyahu. Il presidente Trump ha utilizzato la potenza americana con cautela ma decisione per disegnare un nuovo contesto regionale che potesse porre le basi per l’accordo. L’intesa profonda con Netanyahu, i via libera spesso dissimulati alle operazioni israeliane, l’attacco diretto al programma nucleare iraniano, il coinvolgimento dei Paesi del Golfo, di Egitto e Giordania, chiamati a sostituire l’influenza iraniana sulla questione palestinese, tutto è stato funzionale a creare le condizioni, le premesse politiche per il suo piano. I successi militari israeliani hanno fatto il resto.

Il game changer

Lo ripetiamo: siamo solo all’inizio, un migliaio di cose possono ancora andare storte. Hamas può opporsi al disarmo, qualche Stato arabo o la Turchia oggi a bordo potrebbero sfilarsi… Ma è comunque un piano che per la prima volta non è basato sul consenso di Oslo, che inverte l’ordine dei fattori – la sicurezza di Israele prima, uno Stato palestinese (forse) alla fine del processo, a precise condizioni – che vede i più importanti Paesi arabi impegnati in prima fila.

Il capolavoro del piano Trump, reso possibile ovviamente dalla pressione militare, sta nel fatto di aver separato la questione della liberazione degli ostaggi dai negoziati per la pace vera e propria. Tutti gli ostaggi devono essere rilasciati prima, in un’unica soluzione, mentre i termini per la fine della guerra iniziata da Hamas saranno negoziati successivamente, ma senza gli ostaggi come arma negoziale.

La storia non finisce certo oggi. Ma se per Hamas e qualcun altro si tratta solo di una pausa tattica, una “hudna”, sarà una pausa tattica anche per Israele, che avrà le mani libere per reagire e difendersi, senza il fardello degli ostaggi e forte dei mutati, a suo vantaggio, rapporti di forza nella regione.

Israele avrà anche perso la battaglia mediatica, quella delle redazioni e delle pubbliche relazioni, ma solo nella irrilevante e patetica Europa, mentre ha vinto la ben più importante battaglia militare e politica. Come riconoscono anche gli analisti di al Jazeera, il piano Trump promette di realizzare gli obiettivi di guerra di Israele: liberazione degli ostaggi, disarmo e uscita di scena di Hamas, deradicalizzazione di Gaza, amministrazione sotto mandato internazionale mentre l’Anp viene profondamente riformata.

Potrebbero anche non arrivare mai le fasi successive del piano, Israele avrebbe comunque riportato a casa gli ostaggi e sarebbe libero di colpire Hamas quando vuole, come sta facendo con Hezbollah.

Tra i vincitori anche Benjamin Netanyahu. Ha avuto ragione su tutto, inclusa l’ultima controversa decisione, contestata persino dai vertici dell’Idf, dell’offensiva di terra a Gaza City, e il raid contro i leader di Hamas ospitati a Doha.

Hamas si è sempre rifiutato di liberare gli ostaggi prima di un completo ritiro israeliano dalla Striscia e della fine della guerra, ovvero gli ostaggi come polizza di assicurazione della sua sopravvivenza. Se queste linee rosse sono cadute – l’Idf resterà ancora a Gaza e i negoziati per la fine della guerra inizieranno solo dopo il rilascio degli ostaggi – è grazie all’offensiva a Gaza City e al raid su Doha.

Quel raid, a cui la Casa Bianca ha evidentemente dato via libera, tranne poi rassicurare il suo alleato, ha posto fine alla sensazione di impunità dei padrini di Hamas a Doha. L’emiro del Qatar ha compreso di non essere più al riparo dalle rappresaglie israeliane, esattamente come lo aveva scoperto poco prima il regime di Teheran. Questo uno dei game changer che ha spinto Doha a esercitare una pressione decisiva su Hamas. Per assicurarsi un ruolo nel futuro della regione disegnato (e imposto) dall’amministrazione Trump, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e salire a bordo del piano.

Israele non avrà dalla sua parte i titoli dei giornali, né la simpatia dei campus universitari, ma ha cancellato la minaccia esistenziale che lo circondava. Conducendo una coraggiosa campagna multi-fronte ha distrutto il cosiddetto “Asse della Resistenza” e cambiato la mappa del Medio Oriente.

Scommessa persa

Il regime degli ayatollah è ancora in piedi ma fortemente indebolito e isolato. La testa dell’Idra ha perso i suoi proxy e si è vista riportare indietro di anni il programma nucleare. Ha perso Hamas, ha perso la Siria, ha perso Hezbollah, decapitato e depotenziato, perso il Libano, ha dovuto subire una umiliazione nei suoi cieli e il ripristino delle sanzioni.

Hamas, Qatar e regime iraniano hanno perso la loro scommessa. Avevano scommesso che l’Occidente avrebbe limitato, condizionato e infine fermato la reazione di Israele. E in effetti all’inizio, con l’amministrazione Biden, stava andando così, nonostante la determinazione di Netanyahu. Ma con la rielezione di Donald Trump è cambiato tutto. Ed è rimasta solo l’Europa a fare pressioni su Israele e diffondere la propaganda di Hamas. Troppo poco.

Federico Punzi – Atlantico Quotidiano