Un tempo “gambe della nazione ” sorvegliate dalla DC, oggi con il suicidio assistito le gemelle Kessler riaprono il tema della libertà dell’ultimo passaggio della vita 

La loro morte volontaria, scelta insieme a 89 anni, è più di un addio. Alice ed Ellen Kessler, che negli anni Sessanta furono il segnale vivente della modernità che bussava alle porte dell’Italia democristiana, con l’ultimo gesto hanno riaperto un tema che la politica continua a scansare: il diritto di decidere quando una vita è compiuta. Le “gambe della nazione”, che un tempo incrinarono il moralismo televisivo, tornano oggi a interrogare un Paese che sul fine vita resta fermo, timido, incapace di guardare in faccia la libertà dell’ultimo passaggio.

Si sono spente insieme, come avevano sempre vissuto. In un appartamento della Baviera, lontano dai riflettori che un tempo seguivano ogni loro passo, hanno detto basta con la stessa sincronia con cui riempivano palcoscenici e sigle televisive. Ottantanove anni di passi identici, sorrisi speculari, una vita che raccontò un’Italia a metà, sospesa tra bianco e nero e tanta voglia di futuro.

Quando arrivarono negli anni Sessanta, il Paese era un cantiere. Le 500 invadevano le strade, la Fiat del “professore” Vittorio Valletta scandiva il ritmo della ricostruzione, e la televisione diventava un secondo catechismo nazionale. Era un’Italia capace di idolatrare i suoi capitani d’industria al punto che Valletta, temendo che un varietà troppo leggero mandato in onda la domenica sera distraesse fino a tardi gli operai, telefonò alla Rai per spostare al sabato il giorno di Studio Uno. Gli operai la domenica potevano dormire. E la Rai obbedì. Era quell’Italia lì: dove la linea di montaggio dettava l’agenda culturale e un direttore generale democristiano sorvegliava solo una cosa, la pelle femminile, filtrata attraverso un moralismo che non riguardava la politica, il denaro o il potere, ma esclusivamente il sex appeal delle donne.

Le Kessler entrarono in questo mondo come una ventata straniera e precisa. Ma la Rai di Ettore Bernabei imponeva calze scure e abiti castigati: le gambe nude erano troppo, in un Paese che voleva modernizzarsi ma non scandalizzarsi. E non era solo la Rai. Era l’Italia di Peppone e Don Camillo, dove una parte del Paese andava in fabbrica e l’altra in sagrestia, dove la politica si litigava in piazza e si ricomponeva all’osteria, dove il boom economico conviveva con un moralismo che temeva qualsiasi segnale di emancipazione femminile.

Le Kessler, con il loro Da-da-umpa, furono il primo, timido corto circuito nazionale. Due ballerine tedesche che, senza volerlo, mostrarono al Paese quanto fosse fragile il confine tra modernità e censura. Dieci anni dopo sarebbe arrivata la legge sul divorzio, ma negli anni di Studio Uno anche solo la parola “divorzio” sembrava un attacco al cuore della nazione cattolica.

L’Italia ondeggiava, si apriva e si richiudeva, rideva davanti al televisore ma votava per mantenere intatta ogni tradizione. Si scandalizzava per un collant color carne e intanto sognava un’Europa che non sapeva ancora come raggiungere. Era un Paese doppio, quasi bifronte, come Peppone e Don Camillo: un piede nel futuro, l’altro piantato nella canonica.

La morte delle sorelle Kessler arriva oggi come la chiusura di quel capitolo e, insieme, come un varco. Il loro ultimo gesto, silenzioso, lucido, fermo, dignitoso, rimette al centro una domanda che l’Italia evita da sempre: chi decide l’ultimo tratto della propria strada? Loro, che furono censurate per un paio di gambe nude, oggi ci costringono a guardare il corpo non più nella sua esposizione, ma nella sua sovranità.

E forse questo è il senso più alto del loro addio.

Massimo Jaus – La Voce di New York