E’ fatta. I proclami, le chiacchiere, le promesse da  campagna elettorale non servono più a nulla. Ora attendiamo i fatti e basta.
Il governo di Giuseppe Conte può essere finalmente operativo. Dopo aver incassato la fiducia del Senato con 171 sì ieri il premier e i ministri si sono presentati  alla Camera per ottenere l’ultimo via libera: 350 sono stati i voti favorevoli, 236 i contrari. Nel corso del confronto hanno annunciato il loro sì anche  due deputati del Maie, Antonio Tasso e Catello Vitiello oltre all’ ex grillino al gruppo misto Salvatore Caiata  e a Vittorio Sgarbi in netto dissenso dal suo gruppo: Forza Italia.

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Nel suo discorso a Palazzo Madama il Presidente del Consiglio  non aveva parlato di alcuni punti programmatici come la questione meridionale, la scuola e Infrastrutture. Tuttavia ha recuperato a Montecitorio cogliendo inoltre l’occasione di affrontare di petto una faccenda scottante sulla quale il Capo dello Stato Sergio Mattarella focalizza la propria attenzione accompagnata da preoccupazione, ovvero i rapporti con l’Ue e il debito pubblico. Conte ha così tranquillizzato  ribadendo la volontà di negoziare la discesa progressiva del debito affermando che comunque  sarà necessario stabilire con quali strumenti sarà possibile centrare tale obiettivo. L’avvocato ha oltretutto accennato alla consistente tabella di marcia sugli investimenti pubblici riguardo le infrastrutture, impegni di spesa che possono essere finanziati in deficit senza gravare sul debito pubblico. Sarà possibile ottenere questo risultato? Le scommesse sono aperte.
Altri argomenti hanno caratterizzato il confronto in Aula quali la giustizia, la mafia, il reddito di cittadinanza, la flat tax  e non ultimo la questione banche popolari. Conte rimarcando l’opportunità di distinguere fra istituti che erogano credito e quelli che trattano esclusivamente investimenti attenti quindi più alla speculazione ha ricordato che esperti del mercato sostengono l’urgenza di avere una netta distinzione sul piano della disciplina. Conte ha poi promesso che il governo si impegnerà a rivedere i provvedimenti per quanto concerne sia il credito  cooperativo sia quelli che riguardano le banche popolari.
Tornando al reddito di cittadinanza, che in Senato è sembrato un passaggio trascurato, il neo presidente del consiglio ha sottolineato  che non sarà concepito come mera misura assistenziale ma si tratta di un  intervento mirato all’inserimento lavorativo. Infatti nel contratto il reddito è articolato in più fasi che prevedono in primis il potenziamento dei centri d’impiego.
Al di là delle questioni trattate va comunque registrata la tensione che ha accompagnato alcuni passaggi della lunga  discussione sulla fiducia. Scintille sono emerse  quando il premier ha citato la questione del conflitto di interessi confermando  che ognuno ha il proprio. Bene, sono bastate queste poche parole per causare la dura reazione delle opposizioni, in particolare  dai banchi del Pd. Bordate sono arrivate dal capogruppo ed ex ministro Graziano Delrio che ha preso di mira Conte chiedendogli di “non essere un pupazzo” nelle mani di Lega e 5 Stelle. Acceso lo scambio di vedute anche tra il governo e l’Anac. “Dobbiamo cercare di riappropriarci del ruolo della politica e questo vuol dire che la politica si riappropria della guida e non parlo di un progetto di dirigismo economico, in cui gli imprenditori seguono solo un progetto, ma dico che in queste Aule e dal governo vogliamo tracciare una linea di sviluppo perché abbiamo un progetto di futuro”, ha detto Conte. Tra un attacco e battute varie non è neppure mancato il riferimento alla Carta: “Presidente Conte, prima studi, abbia l’umiltà di studiare: non venga qui a fare lezioni. – ha replicato Delrio – . Non è qui per concederci il privilegio di vederla osservare la Costituzione. Lei ha il dovere di rispettarla. E se vuole rispettare davvero la Costituzione, prenda quel programma che ha sul tavolo e lo riscriva, prenda la lista dei ministri e lo riscriva. Sono sconcertato: lei è espressione di un governo che nasce sull’inganno”.