Dopo la sbornia delle europee, regionali e amministrative sia il trionfante Matteo Salvini sia il perdente Luigi Di Maio non hanno tardato a comunicare che il governo reggerà e continuerà il suo percorso. Ma sarà realmente così? Certo è che gli equilibri sono cambiati e nulla sarà come prima. I numeri parlano chiaro: il successo clamoroso della Lega condizionerà parecchio la guida dell’esecutivo e questo inciderà pesantemente sul M5S già abbattuto dopo la debacle elettorale subita domenica scorsa. Ora è facilmente prevedibile che Salvini – dopo lo stallo del governo che attendeva il responso delle urne – vorrà velocizzare i tempi sulla tabella di marcia e passare così all’incasso su alcune priorità che naturalmente lui stesso detterà e che saranno molto dure da digerire per gli alleati malconci dopo il tonfo elettorale. Nella lista della spesa quelle che possiamo considerare le bandiere della Lega come lo sblocca cantieri, la Tav, la questione autonomie (il pressing di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna non può più attendere) e non ultimo la Flat Tax.

 E a proposito del tanto contrastato traforo sotto il Monte Bianco il nuovo governatore leghista del Piemonte Alberto Cirio, che ha sconfitto Sergio Chiamparino (Pd), ha già annunciato la ripresa dei lavori. Quindi a questo punto  cosa potrà fare Di Maio? Chinare ancora il capo o ribellarsi andando allo scontro? Quello che è certo è che cedere al Capitano significherebbe perdere anche quel poco di credibilità rimasta presso quell’elettorato che gli ha attribuito quel misero 17% di voti. Dall’altra parte dobbiamo dire che andare allo scontro aperto comporterebbe il rischio di una crisi di governo che confinerebbe i grillozzi  all’opposizione e oltretutto in costante caduta libera riguardo a consensi.
maxresdefault1
Ma c’è di più. Dalle urne è scaturita un’altra indicazione sostanzialmente decisiva, ovvero che non vi sono alternative allo tsunami destrorso decretato dagli elettori. Dunque la stravagante convinzione coltivata da qualche mente illuminata di sinistra che immagina una coalizione tra il Partito democratico e i 5 Stelle, in alternativa all’attuale governo giallo-verde, è decisamente improponibile e impraticabile. Il motivo? Non ci sono i numeri. I Dem hanno sì incredibilmente retto all’urto  ottenendo un ragguardevole e inaspettato risultato – hanno superato addirittura i pentastellati diventando il secondo partito – ma lo hanno incassato però proprio a spese dell’elettorato dei 5 Stelle.
Così la somma dei loro voti, a cui si potrebbe aggiungere quella esigua percentuale della sinistra estrema rappresentata da Nicola Fratoianni, uscita dalla tornata elettorale con le ossa rotte, non sarebbe certo sufficiente per formare un altro governo.
A parte questo viene naturale una ulteriore riflessione: anche ipotizzando un’ammucchiata tra il Movimento e la sinistra l’immagine stessa dei 5 Stelle ne sarebbe severamente danneggiata. Ricordiamo tutti le litanie sbandierate dai grillozzi  che apparirono sulla scena politica ponendosi dinnanzi agli italiani al di sopra di tutto e di tutti presentandosi come autentica forza moralizzatrice contro la  casta corrotta. Bene, una propaganda vincente nell’immediato – portò infatti il 4 marzo dell’anno scorso i 5 Stelle a superare il 32% dei consensi in occasione delle politiche – ma poi rivelatasi nella distanza fallimentare dal fiato corto visto il disastro dello scorso 26 maggio. Insomma, che credibilità potrebbero ancora vantare questi  “paladini” del rinnovamento se finissero per inciuciare proprio con quella compagine sinistrorsa da loro stessi puntualmente attaccata? Con che faccia potrebbe spiegare il buon Gigino al suo corpo elettorale in netta picchiata il cambio di casacca repentino – da autentici voltagabbana – per andare a stringere un sodalizio con coloro che fino a poche ore prima erano considerati i veri nemici da combattere?
A conti fatti i 5 Stelle sono all’angolo. Non hanno i numeri per nuovi eventuali assetti in cui potrebbero diventare il famoso ago della bilancia, tantomeno possono permettersi di staccare la spina all’esecutivo Conte che porterebbe a una crisi dalla quale il Movimento ne uscirebbe ancora più penalizzato rischiando addirittura l’estinzione.

Un’altra variabile da prendere in considerazione è la posizione non facile del premier Giuseppe Conte che si trova ora un percorso piuttosto complicato e scivoloso. L’attuale primo inquilino di Palazzo Chigi fu scelto dai 5 Stelle e presentato da questi a Salvini quando la Lega ottenne alle ultime politiche un buon 17% dei voti che permise al Carroccio di portare un cospicuo gruppo in Parlamento. Tuttavia si trattò di una squadra di eletti nettamente inferiore rispetto a quella dei 5 Stelle. Ma ora i rapporti di forza sono completamente cambiati, eccome sono cambiati. Di sicuro il Presidente del Consiglio non ha più quella autorità che gli  permise di mettere la Lega alle strette quando si trattò di liquidare il sottosegretario alle infrastrutture, il leghista Armando Siri indagato per corruzione. Una faccenda che sicuramente Salvini non dimenticherà facilmente. Lo stesso comunque, nonostante il trionfo, mantiene, almeno apparentemente, un profilo basso e ripete ostentando pacatezza che non cambierà nulla: il Governo andrà avanti come prima, rassicura.

Ma in verità lo scenario è letteralmente cambiato  e il leader leghista al momento opportuno mostrerà i muscoli. Questo è inevitabile. Possiamo credere che quel clamoroso 33,33% dei consensi guadagnato dalla Lega domenica scorsa non abbia conseguenze? Il ribaltone nei rapporti di forza è dunque destinato a prendere forma e avrà conseguenze concrete a cominciare dall’accelerazione di quei punti programmatici, elencati precedentemente, da sempre cari alla Lega rimasti fermi sul tavolo par almeno un mese a causa del muro dei 5 Stelle. Adesso però la musica è cambiata come lo sono le dinamiche interne alla maggioranza. Adesso Salvini vuole dunque passare all’incasso ponendo ai blocchi di partenza questioni sulle quali i leghisti scalpitano da tempo.

download (1)

E Di Maio lo sa e ha chiesto a Salvini che si tenga un Consiglio dei Ministri a breve. Rapida la risposta del ministro dell’Interno che ha fatto sapere quanto sia urgente un dialogo “costruttivo, sereno e pacato”. Nelle prossime ore si capirà fino a che punto vorrà spingersi Salvini. Nel caso in cui il M5S decidesse di resistere ancora alle pressioni dell’alleato in ambienti leghisti non si esclude la definitiva rottura. Ma se così fosse all’orizzonte ci saranno le auspicate elezioni o assisteremo ad altri deplorevoli e imbarazzanti intrallazzi di palazzo che ben conosciamo?