Quella per il controllo del territorio e quella per il controllo dell’immagine. Agli eserciti occidentali si chiede la perfezione, ma bisogna distinguere tra errore e crimine

L’uccisione, da parte di un drone israeliano, di sette volontari della ong World Central Kitchen, intenti a portare cibo agli affamati di Gaza, rischia di far perdere la guerra a Israele. Il presidente statunitense Joe Biden, in uno dei confronti più duri con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha minacciato di cambiare linea su Gaza.

Netanyahu ha risposto alla crisi innescata dall’uccisione dei volontari con una serie di concessioni. Oltre ad ammettere la responsabilità e a licenziare due generali di brigata, ritenuti direttamente responsabili dell’errore, ha riaperto il valico di Erez e destinato il porto di Ashdod all’afflusso di aiuti umanitari per la Striscia di Gaza. Ma potrebbe non bastare. Lo scandalo è mondiale e il mondo è ormai contro Israele.

Gli aiuti a Gaza

Vediamo di inquadrare, però, l’episodio al di fuori della vulgata mediatica, a costo di risultare antipatici. A Gaza è in corso una guerra ad alta intensità, scoppiata dopo che i terroristi di Hamas hanno passato il confine e sterminato, nel peggiore dei modi, più di 1.200 cittadini israeliani in un giorno solo. Da allora, fino ad oggi, Hamas non ha mai cessato le ostilità, lanciando razzi contro le città israeliane.

L’esercito israeliano  (IDF) ha risposto, prima, con bombardamenti aerei e di artiglieria, poi, assumendosi un rischio molto maggiore, con un’invasione di terra della Striscia. I valichi di frontiera sono chiusi (ovviamente: c’è la guerra), quindi è più difficile distribuire viveri. Allora, sin dall’Onu, parte l’accusa di “strategia della fame”, come se Israele stesse facendo ai palestinesi quel che Stalin fece agli ucraini nel 1932-33: una carestia pianificata.

In realtà, gli aiuti continuano ad arrivare, anche da Israele: 250 mila tonnellate di cibo e 3,3 milioni di metri cubi d’acqua, sono solo alcuni degli aiuti di Israele a Gaza dal 7 ottobre. Al momento entrano a Gaza 126 camion di cibo ogni giorno. E Hamas continua a sequestrare il 66 per cento dei carichi, per ribadire chi comanda.

L’incidente

In questo scenario di guerra, anche se esiste un coordinamento fra i privati che portano il cibo e l’IDF che li deve lasciar passare, gli errori sono sempre possibili. Basta che salti una comunicazione o il corteo umanitario venga scambiato per un convoglio di terroristi (che usano anche le ambulanze, per farsi scudo) che avviene la tragedia: invece che sparare ai terroristi gli israeliani hanno sparato a volontari disarmati della ong internazionale, sollevando le ire di Usa, Regno Unito, Canada, Australia e Polonia, i loro Paesi di provenienza. Per questo, pur avendo finora vinto tutte le battaglie contro Hamas, Israele rischia di perdere la guerra.

Due guerre assieme

L’episodio dimostra, meglio di altri, come gli eserciti occidentali, Israele incluso, debbano combattere due guerre assieme: quella per il controllo del territorio e quella per il controllo dell’immagine. A un esercito occidentale, infatti, si chiede la perfezione. Si chiede: di non perdere uomini, di non fare neanche un morto fra i civili, di vincere rapidamente (entro i tempi televisivi). Se c’è un incidente grave, come l’uccisione dei volontari di World Central Kitchen, si può anche perdere la guerra perché a quel punto la pressione internazionale diventa talmente forte da mettere a rischio la prosecuzione delle operazioni.

Una cosa simile era capitata anche agli americani dopo che avevano accidentalmente colpito un hotel pieno di giornalisti, a Baghdad, nell’aprile del 2003. Gli Usa stavano vincendo la guerra contro Saddam Hussein, ma subirono una pressione fortissima per cessare le ostilità. Per una sola cannonata sparata contro il bersaglio sbagliato.

Nel 2004, a Falluja, il solo sospetto dell’uccisione indiscriminata di civili da parte degli americani, fece sollevare l’opinione pubblica americana che chiedeva il ritiro del contingente dall’Iraq. Nel 1999, la distruzione di un ponte in Serbia, mentre passava un treno passeggeri, provocò un’altra sollevazione per la cessazione immediata delle ostilità, benché l’aviazione dei Paesi Nato fosse intenta a fermare un esercito serbo che stava compiendo una pulizia etnica (ormai documentata, negazionisti prego astenersi) in Kosovo. Scandali simili sono scoppiati in continuazione, in tutte le guerre, almeno dal Vietnam, il primo conflitto nell’era della televisione.

In generale questo è positivo per gli eserciti occidentali: se sono così tanto monitorati, diventa più difficile che commettano crimini e ciò li rende più morali degli eserciti delle dittature che combattono, che invece non si fanno scrupoli a uccidere civili disarmati. Diventa però anche una debolezza, se il continuo controllo della moralità dei nostri eserciti impedisce loro di combattere e vincere una guerra legittima. E quella che sta combattendo Israele è una guerra legittima, difensiva.

Errore o crimine

Il confine che dobbiamo tener sempre presente è fra l’errore e il crimine deliberato, fra il crimine individuale e quello sistematico. L’errore è sempre possibile, ma non è un crimine: se sparo per errore sulla Croce Rossa o su operatori umanitari è una tragedia, ma non posso essere messo sul banco degli imputati come un criminale di guerra.

Ma anche nel caso dei crimini deliberati va distinto il crimine del singolo da quello sistematico. Se il cecchino spara su civili con bandiera bianca è un criminale e va processato, ma il suo delitto non può essere imputato a tutto l’esercito o a tutto il suo Stato di appartenenza. Se invece sparare sui civili diventa una pratica abituale (come fanno i russi in Ucraina) allora è legittima la condanna allo Stato, perché è evidente che ci sia un ordine dall’alto, a quel punto.

Nei media queste distinzioni non si fanno mai. Quindi arriviamo alla situazione grottesca in cui Usa e Israele (i cui eserciti commettono errori o crimini a livello individuale) sono accusati di genocidio. Mentre di Hamas e dei russi, che compiono orrendi crimini di massa, non si discute mai, come se fosse nella loro natura uccidere, rapire e stuprare.

Stefano Magni – Atlantico