Da troppo tempo una parte del Paese accetta che l’aggressione venga travestita da impegno politico, che la violenza venga assolta in nome di cause ritenute “giuste”

C’è un punto oltre il quale non è più possibile fingere ambiguità. Le immagini arrivate da Torino segnano quel confine. Un poliziotto a terra pestato, colpito quando non poteva più difendersi, circondato e aggredito come un bersaglio inerme: è una scena che suscita indignazione profonda e che impone una presa di posizione netta. A lui va la solidarietà piena e senza condizioni di chi crede nello Stato di diritto e nella convivenza civile.

Perché c’è una domanda che non può più essere elusa: se un poliziotto reagisce viene immediatamente etichettato come violento e perseguibile; se un poliziotto viene picchiato a terra, cosa accade? Chi lo tutela? Chi si assume la responsabilità morale e politica di quella violenza? O anche questa volta tutto verrà assorbito dal rumore di fondo delle giustificazioni?

Fine di ogni alibi

Non siamo davanti ad una protesta degenerata né a un eccesso emotivo. Siamo davanti a violenza organizzata, deliberata, esercitata contro chi rappresenta le istituzioni. E quando la violenza si accanisce su un uomo a terra, cade ogni alibi, ogni narrazione indulgente, ogni distinzione ipocrita tra “buoni” e “cattivi” funzionale solo a non condannare davvero.

La solidarietà va anche alla collega Bianca Leonardi e alla troupe di Far West, aggredite e picchiate mentre svolgevano il loro lavoro. Colpire dei giornalisti significa colpire il diritto dei cittadini a essere informati. Significa voler imporre il silenzio con la paura, rifiutando lo sguardo esterno e il racconto dei fatti.

Da troppo tempo una parte del Paese accetta che l’aggressione venga travestita da impegno politico, che la violenza venga assolta in nome di cause ritenute “giuste”. Ma non esistono cause nobili che autorizzino il pestaggio di un poliziotto. E non esiste diritto di manifestare che includa l’impunità.

Una risposta concreta

Quanto accaduto impone una risposta ferma, concreta, non rituale. Servono strumenti più efficaci per separare finalmente chi manifesta pacificamente da chi usa la piazza come copertura per colpire lo Stato, le sue istituzioni e la libertà di informazione.

“La prossima settimana sarà un passaggio decisivo. Non per le dichiarazioni, ma per le scelte. Sarà il momento di capire chi è davvero disposto a difendere lo Stato e chi continuerà a rifugiarsi dietro distinguo comodi e ambiguità ideologiche” scrive il ministro dell’interno Matteo Piantedosi.

Fermezza al posto di ambiguità

C’è un copione che conosciamo fin troppo bene: la condanna formale seguita dal “ma”. Ma il contesto, ma la rabbia, ma le ragioni del movimento. Un meccanismo ipocrita che finisce sempre per attenuare le responsabilità dei violenti e isolare le vittime, che siano in divisa o con una telecamera in mano.

I gruppi che praticano la violenza non sono espressione di conflitto sociale, ma una minaccia alla convivenza democratica. Normalizzarli significa legittimare l’idea che la forza possa sostituire la legge, purché accompagnata dalla narrazione ideologica corretta.

La Repubblica ha già saputo reagire quando ha scelto la fermezza al posto dell’ambiguità. Oggi serve la stessa chiarezza: nessuna indulgenza verso chi aggredisce, nessuna criminalizzazione automatica di chi difende l’ordine pubblico, nessun silenzio complice.

Perché una cosa deve essere chiara, senza equivoci e senza scappatoie ideologiche: non c’è spazio per chi delinque. Non c’è spazio per questo governo e non può esserci spazio nella società. La violenza non è dissenso, l’aggressione non è politica, il pestaggio non è mai giustificabile.

Non è più tempo di parole. È il tempo dei fatti. E i fatti, questa volta, devono dire una cosa sola: lo Stato non arretra, la legge non si piega e chi sceglie la violenza sceglie di stare fuori dalla comunità democratica.

Antonella Gramigna – Atlantico Quotidiano