Navalny nasce nazionalista, ma è quando diventa un fustigatore anti-corruzione che finisce nel mirino del regime. Ora Putin non ha più rivali interni

Alexei Navalny, unico oppositore di Putin ancora in vita, è morto in carcere ieri, nell’unità detentiva numero 3, ribattezzata “Lupo Polare”. Un luogo di morte, con condizioni igienico-sanitarie proibitive. Secondo un collaboratore di Navalny, Ivan Zhdanov, basta un’influenza per lasciarci la pelle. Una regione, quella di Yamalo-Nenets, sul Circolo Polare Artico, dove sono sempre finiti i dissidenti russi, sia ai tempi dello zar che in quelli sovietici, a dimostrazione della sostanziale continuità repressiva di tutti i regimi di Mosca. La vicenda di Navalny serve, da sola, a spiegare tutta la debolezza del potere di Putin.

Navalny nazionalista

Dopo essersi laureato in legge all’ex Università Lumumba (quella costruita per educare al socialismo gli studenti del terzo mondo filo-sovietico), Navalny era sceso in politica nel partito liberale Yabloko. Qui però aveva subìto il fascino delle idee nazionaliste. Espulso da Yabloko, nel 2007, aveva fondato il piccolo partito di estrema destra Narod (patria) con un programma impresentabile: sì alla guerra in Georgia, espellere i georgiani e popoli caucasici musulmani, stop all’immigrazione, stop agli aiuti per le regioni asiatiche e caucasiche della Russia.

Un passato che non passa, che è riaffiorato anche nel 2014, con l’annessione della Crimea che Navalny, in un’intervista, ha fatto capire di approvare. Se oggi leggete la stampa filo-russa, ma anche quella anti-russa ucraina, di Navalny troverete solo questo: lui stesso, da ventenne, ha lasciato ai suoi nemici del regime putiniano abbastanza materiale per una perfetta character assassination.

La campagna anti-corruzione

La maturità politica di Navalny arriva solo dopo le proteste del 2011 e del 2012, scoppiate in occasione delle elezioni parlamentari del 2011 e della rielezione di Putin (che fino a quel momento aveva giocato il ruolo del premier, alternandosi a Medvedev) nelle presidenziali del 2012. In quell’occasione, sia i nazionalisti che i democratici volevano un’alternativa.

Assieme a Navalny c’erano sia Limonov (nazional-bolscevico) che Kasparov (ex campione di scacchi, liberale), un magma politico indefinito, dove l’unica istanza comune era trovare un’alternativa a un sistema di potere ormai diventato dittatoriale. Ma è qui che inizia il genio di Navalny: smettere di parlare di politica, iniziare a indagare sulla corruzione dello Stato.

La politica non aveva sbocchi, nessun gruppo, movimento o ideologia che sapesse opporsi a Putin e al suo carisma. Quindi era meglio far vedere al popolo cosa la politica di Putin stesse combinando alle sue spalle, dilapidando ricchezze di una nazione ancora molto povera. Con grande professionalità, Navalny e un suo team di brillanti specialisti, mette in piedi un canale YouTube con milioni di visualizzazioni, dove si espongono le malefatte degli oligarchi della cerchia del Cremlino.

Sulla base di questi video, nei tardi anni ’10 era nato un movimento di opposizione senza partito, ma sempre più diffuso, dove non mancava un forte elemento libertario (anche la Gadsden Flag, quella gialla, con la serpe e il motto “non calpestarmi”, era una costante delle manifestazioni di Navalny). Perché il nemico non era questa o quella ideologia e neppure solo Putin, ma lo Stato russo.

I primi arresti

È con questa sua nuova campagna che Navalny finisce nel mirino del regime. Finché era un piccolo oppositore con un passato impresentabile, faceva comodo. Ma quando è diventato un fustigatore della casta russa, allora ha iniziato a dare veramente fastidio. Come dimostrano gli innumerevoli gli arresti-lampo, con sentenze quasi sempre politiche, dopo tutte le manifestazioni, fra il 2013 e il 2018.

Nel 2018, ormai diventato una celebrità, aveva provato a candidarsi contro Putin nelle elezioni presidenziali, ma proprio a causa dei suoi arresti non aveva potuto presentarsi. Nel 2019, però, suggerendo il “voto intelligente” (sostenere qualunque oppositore in grado di sottrarre un seggio a Russia Unita), nelle elezioni locali e soprattutto in quelle di Mosca, aveva dimostrato la forza del suo movimento, sottraendo seggi e consensi al partito Russia Unita del presidente.

Nel 2020, in piena pandemia di Covid, non aveva smesso di combattere, girando in tutte le piazze russe per invitare al boicottaggio del referendum costituzionale, quello con il quale Putin si è garantito il potere fino al 2036, eliminando ogni limite alla rielezione e allungando a sei anni il mandato.

L’avvelenamento

In agosto, un mese dopo il voto, è arrivata la silenziosa risposta del potere. Navalny si sente male in aereo, in Siberia, in volo per Mosca, viene salvato per miracolo grazie a un atterraggio di emergenza a Omsk.

Si mobilita la Germania che lo ospita e lo cura. I periti tedeschi confermano il sospetto: avvelenamento con un gas nervino, il Novichok. Parrebbe iniziare un’altra carriera in esilio, come quella di tanti altri oppositori russi scampati alla morte. Ma sorprendendo tutti, con una decisione ai limiti del suicidio, Navalny afferma di non voler dare a Putin “la soddisfazione di non tornare” e appena dimesso, nel gennaio 2021 torna in patria.

La persecuzione

La polizia non attende neppure un giorno, lo arresta seduta stante, perché la magistratura aveva emesso nei suoi confronti un ennesimo mandato di comparizione. Detenuto in carcerazione preventiva, processato per direttissima, viene condannato a 2 anni e mezzo di carcere, per violazione della libertà condizionata. L’anno successivo, si aggiunge un’altra condanna a 9 anni, per “appropriazione indebita”, e viene trasferito nel carcere di massima sicurezza nella regione di Vladimir, nella Russia occidentale.

Nel frattempo, la sua “Fondazione anti-corruzione” viene condannata come associazione estremista e sciolta. Inizia la persecuzione anche dei suoi collaboratori. Dopo la denuncia di un tentativo di avvelenamento anche in carcere, nell’aprile del 2023 inizia un altro processo ancora. Viene condannato, stavolta, per “estremismo”, “terrorismo” e “apologia del nazismo”: 20 anni di carcere in più, con una sentenza che dai suoi legali viene definita puramente stalinista.

Ma nemmeno il carcere riesce a tappare la bocca a Navalny. Attivissimo sui social network, dove affida i messaggi ai suoi avvocati (di questi, ora come ora, tre sono in carcere e due in esilio con una condanna in contumacia), fa causa alle prigioni in cui è detenuto, prima a Mosca poi nella regione di Vladimir, per 89 volte dal 2021 alla fine del 2023. Denuncia condizioni carcerarie inumane: continua privazione del sonno, abuso delle celle di rigore, condizioni igieniche pessime, privazione delle necessarie cure mediche. Tutto il repertorio delle celle sovietiche, pare ripetersi nell’era Putin.

Morte annunciata

Eppure, quando Putin ha annunciato di candidarsi di nuovo, lo scorso dicembre Navalny ha ricominciato a battersi, affidando i suoi messaggi ai suoi collaboratori, invitando i russi a mobilitarsi: un voto tutti assieme, in sincrono, alle ore 12 del giorno del voto, barrando tutte le caselle degli oppositori di Putin.

Il Cremlino deve aver deciso di farla finita. Il dissidente “sparisce”, letteralmente, per tre settimane. Dopo aver cercato in più di 200 carceri, i suoi legali lo trovano nella colonia penale Lupo Polare dell’estremo Nord. La sua fine era solo questione di tempo.

Putin può ora dormire sonni tranquilli, sa di non avere più rivali interni e tanti ammiratori all’estero, soprattutto dopo l’intervista di Tucker Carlson che lo ha reso molto popolare nel pubblico americano. Il presidente sa di vincere facilmente la sfida per la rielezione: il suo rivale, benché in carcere e ammalato, era ancora una minaccia per “l’uomo forte”.

Stefano Magni – Atlantico