Dallo sfratto del Leoncavallo a Mediobanca. Ma il colpo grosso sarà la riforma della giustizia
Milano assapora una liberazione doppia e insperata auspicata da decenni. Non solo dal Leoncavallo, simbolo di un antagonismo diventato mestiere, ma anche da Mediobanca, tempio del capitalismo relazionale che per decenni ha dato le carte. Due mondi opposti ma accomunati dalla stessa arroganza: la certezza che nulla e nessuno potesse scalfirli.
In Piazzetta Cuccia, Enrico Cuccia aveva costruito un regno fondato sul comando senza capitale. Memorabili i voltafaccia: i Ferruzzi abbandonati al loro destino come hanno ricordato proprio ieri sera a Ravenna Carlo Sama e Luciano Segreto discutendo dei due libri fondamentali per capire quegli anni, “La fine di un impero” e “Il costruttore e il giocatore”, per non parlare dei Ligresti tutti sacrificati senza scrupoli in nome di equilibri che servivano solo a perpetuare il potere della casa madre. Oggi quel ciclo si chiude anche grazie a un romano, Franco Caltagirone, imprenditore visionario, che assieme ai Del Vecchio e MPS ha avuto il coraggio di liberare la finanza italiana dall’ultima prigione di cartone. Ma il finale sa di farsa: Alberto Nagel, l’amministratore che ha tradito perfino i suoi azionisti storici, pretende ora una buonuscita superiore ai cento milioni di euro. Un congedo dorato che più che un premio dovrebbe preludere a un’azione di responsabilità.
Figuraccia anche per i Proxi advisors e Assogestioni, con l’ineffabile Menchini (quando fuori pure lui?), che dimostrano sempre più spesso di non sapere cogliere il sentiment del mercato e degli investitori istituzionali azionisti, assumendo posizioni pro amministratore pro tempore, contro la sovranità assembleare, per sostenere un piano avventato e irto di imbarazzanti conflitti di interesse.
Dall’altro lato, il Leoncavallo: quarant’anni di occupazioni abusive, cortei degenerati in violenza, auto incendiate, commercianti costretti al silenzio e interi quartieri trasformati in zone franche. A Milano tutto era tollerato, anche l’intollerabile e ora si prepara addirittura una mobilitazione nazionale di protesta. Poi, d’improvviso, la resa dei conti: Giorgia Meloni ordina lo sgombero, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi esegue. Palazzo Marino viene tenuto all’oscuro e Beppe Sala, sindaco distratto e ridotto a spettatore, scopre la fine del mito antagonista sui giornali.
Ma la partita non è chiusa. Perché la vera liberazione di Milano arriverà solo quando la riforma Nordio andrà in porto: allora anche la Procura di Milano, abituata da Tangentopoli in poi a sentirsi potere sovrano, imparerà che non tutto le è dovuto.
Liberata dai salotti buoni e dalle barricate di cartone, Milano può tornare sé stessa. Una città che non ha bisogno di padrini né padroni, né con il doppiopetto né con l’eskimo, né con le toghe che fanno politica. Solo allora potrà davvero dire di aver chiuso i conti col passato.
Luigi Bisignani per Il Tempo – Atlantico
























